4.

Oggi sto parecchio nervosa. Riprovo a scriverlo in italiano. Oggi il mio stato d’animo non è dei migliori. Sarà il ritorno a lavoro dopo due settimane e oltre a casa – bello dormire fino alle 10 la mattina, l’avevo dimenticato! – sarà che in ufficio trovi un ambientino friccicorino come una centrale elettrica, in cui meglio stare attenti a dove metti le virgole quando proferisci parola, ecco chiarito il motivo di questo leggero fastidio che provo.
Per completare il quadro, ho smontato il presepe, riposto ogni statuina nella sua scatolina, e liberato la cucina da ogni orpello decorativo che ricordi la nascita di Nostro Signore. Un po’ di tristezza, un po’ di sollievo: con la mia Tsunami in giro, che ha allegramente scoperto quanto è bello arrampicarsi sulle sedie per raggiungere mensole e ripiani finora faticosamente protetti dalle sue manine distruttrici, sono stati giorni in cui ho spesso chiuso gli occhi acchiappandola al volo nelle sue arrampicate libere, aspettando lo schianto che, per fortuna, non è avvenuto – non te la tirare, mi dico, l’albero è ancora montato, c’è ancora tempo per tirarselo addosso, in un paio di giorno può succedere tutto!
E non sono ancora entrata su Facebook. Dimmi tu, amico caro, dimmi: hai presente quell’amic* (quanto fa figo ed intellettualmente all’avanguardia usare l’asterisco, eh? Eh? EH?) che noi tutti abbiamo sul social network, che decide di essere il nuovo Hemingway del III millennio e magari oltre? L’ha deciso lui, sia chiaro. Forse qualche sprovveduto professore delle superiori, al secondo anno, gli avrà detto che nella sua prosa si poteva rilevare una sonorità interessante data dall’uso sapiente delle liquide in un paio di paragrafi, e tale promessa della letteratura, pur non avendo la minima idea di cosa fossero le liquide, ha serbato in sé la gravità e la responsabilità di cotanto giudizio, e ha deciso, si, ha preso la Decisione. Si, qualunque cosa gli avesse serbato il destino, qualunque strada si fosse aperta davanti al suo futuro, avrebbe scritto, sempre, costantemente, parole senza senso atte solo a spaccare le balle delle sue povere vittime. E se prima il tutto poteva ridursi a quattro parole su una pagina di diario del compagno di banco, e poi magari due fesserie sul muro delle aule universitarie durante l’occupazione, per poi chiudersi in un silenzio vergognoso interrotto da qualche lettera scritta alla zia decrepita e con capacità intellettive ormai poco reattive, ecco che è arrivata la rivoluzione. Si, FACEBOOK (pregasi leggere imitando la delicata vocina di Fantozzi). Una tavolozza vuota, pulita, intonsa, sul quale scrivere minch… ops, interessantissimi post sul tempo, sulla famiglia, sui sentimenti, sul cibo, sulle festività varie, di tutte le nazioni, sia mai perdere una sola occasione di inanellare parole su parole pur di dimostrare la propria capacità elocutoria.
Ma non è questo il peggio. Se il post in sé lo si può saltare a piè pari e con gli occhi chiusi, triste e meschina si dimostra l’umanità che commenta anche, con complimenti spropositati alla divina arte del Vate.
Al momento sto vivendo, proprio a tal riguardo, un dramma. Un libro, un amic* sta scrivendo un libro. Giuro, un libro. Perché a forza di leggere questi commenti, ci credono sul serio. Credono che questa compulsione-ossessione al “mi piace” sia specchio della realtà, che i loro scritti suscitano vero interesse e quindi, perché non tirare fuori qualcosa di più, perché non accontentare i propri lettori, che reclamano ancora e ancora la vera arte?
Dopo mesi e mesi di anteprime, di stralci del romanzo in via di lavorazione – che parla di cuore e ammore, of course – qualche giorno fa un timido commento, un po’ sottotono, ha finalmente cercato di portare alla luce la verità. Qualche parola buttata lì, tra gli applausi scroscianti, un po’ di compassione in mezzo ad un mare di falsità.
“Forse dovresti smettere di postare stralci del libro, ci stai togliendo la gioia della sorpresa finale”
O, per meglio dire: “ce le stai facendo lesse e poi ripassate in padella a forza di stralci di questa ciofeca di libro che staresti scrivendo, tienitelo per te e se poi qualche pazzo c’avrà voglia di morire di morte lenta e dolorosa, fatti suoi, magari gliene mandi una copia via mail”.
Si, sto proprio nervosetta, oggi.

3.

Questo terzo post doveva arrivare almeno un mese fa e doveva essere – nella mia testa, solo nella mia testa – un panegirico di quanto sono brava a rispettare le scadenze e di come sarei stata altrettanto brava a pubblicare almeno (e sottolineo “almeno”) un post a settimana.
Sento la tua sonora risata…

2.

Parliamo di te. Chi sono io lo scoprirai col tempo. Ma tu, che vieni qui e leggi i miei sproloqui, chi sei? Donna? Uomo? Sei un attempato informatore scientifico che cazzeggia su Internet mentre viaggia da una località all’altra o sei la casalinga stanca e stremata che si collega alla sera quando tutti ormai in casa dormono? Magari sei una ragazzotta appena maggiorenne, in piena crisi adolescenziale/esistenziale, che cerca nei libri e nei blog quel “mal comune, mezzo gaudio” che ci aiuta tanto ad andare avanti oltre le banalità quotidiane. Non è cosa da poco sai, sapere chi sei e cosa vuoi: in fondo scrivo per te, è grazie a te che diventerò famosa – BOOOOOM! – e avrai anche tu le tue esigenze. Facciamo così, siccome “patti chiari, amicizia lunga” – si, ribattezziamo il post “il mondo delle virgolette” – stiliamo qui il nostro contratto: io mi impegno a scrivere con sincerità e immediatezza, mi impegno a dedicarti del tempo, a non scrivere a caso tanto per farlo, ma perché ciò che ho voglia di dire ho voglia di dirlo proprio a TE. Tu, d’altra parte, ti impegnerai a leggermi con il cuore sgombro e la mente libera, a non giudicarmi da quattro parole messe insieme in una pagina, ma a mettere in pratica l’arte difficile dell’empatia. In questo modo, spero, presto non saremo più due estranei, ma due buoni conoscenti, che godono l’uno della felicità dell’altro senza interferire nelle rispettive vite, con garbo e cortesia.

1.

Solita menata dell’incipit… come si comincia? Sono alla seconda bozza del mio primo post, vediamo se ce la si fa o passerò alla terza. La prima è uscita fuori di getto, piena di autocommiserazione e profondità e complessità e bla bla bla lacrimevoli. Adesso vorrei andare più sul pratico. Niente autocompatimento, cerchiamo di essere realistici. Scelgo di scrivere un blog perché scrivere mi piace. Non lo faccio da anni, ma mi è sempre piaciuto. Scrivo di niente, chiaro. Le mie ultime fatiche risalgono ai diari di scuola delle superiori, il vuoto assoluto perso in una prosa stucchevole e autocelebrativa, sostituiti, negli ultimi anni in infiniti chiacchiericci su forum di vario tipo. E non ho intenzione, al momento, di trovare una storia, una tematica, un argomento in particolare di cui parlare. Scrivo per scrivere, perché mi rilassa e mi emoziona, è terapeutico insomma. Perché un blog e non un diario vecchia maniera? Perché l’idea di un pubblico (si, ok, ridiamo!) che mi legge e mi apprezza (o no, va bene uguale!) penso possa aiutarmi a ridimensionarmi ed evitare quella discesa nel melense “oddio mio, capitano tutte a me!” che è quello che voglio evitare e da cui voglio sfuggire il più possibile. Quindi, se IO so che TU lettore stai leggendo (seconda sonora risata!) io mi sforzerò il più possibile di non annoiarti con le mie paranoie, di mostrarti il meglio di me e della mia vita, e in questo modo, spero, di mostrarlo al meglio anche a me stessa. E se questo mio lato migliore è sempre venuto fuori, in passato, attraverso una sequela infinita di parole messe su carta, allora è arrivato il momento, proprio in questo preciso momento della mia vita e in nessun’altro, di riprovarci.